venerdì 6 novembre 2009

Un rischio calcolato


Si dice che un rischio è calcolato quando si sa che compiendo una determinata azione si può perdere qualcosa, ma quel qualcosa non è poi così importante da impedirci di andare avanti se lo perdiamo.

Ad esempio: il fatto di non fare la vaccinazione per il virus a h1n1 a mio nonno che ha 78 anni per lo stato è un rischio calcolato. Mio nonno potrebbe morire, ma allo stato non gliene frega poi tanto. A noi parenti sì, ovviamente, ma neanche questo è tanto importante agli occhi dello stato. In cambio, i medici del sud hanno più dosi di vaccino da vendere sottobanco. È una specie di scambio equivalente, se vogliamo usare la terminologia di Full Metal Alchemist. Il gioco vale la candela. E buonanotte al secchio. Intanto mio nonno è diabetico, malato di cuore e non ha altro da fare che appellarsi a un santo. Uno a caso. Tutto sommato gli va anche bene, perché sto vaccino non è che sia così sicuro come dicono, o almeno questo dicono le voci.

Un rischio calcolato è quello del giornalista. Me ne rendo conto mano a mano che comincio a conoscere questo lavoro per esperienza diretta e indiretta. Il giornalista per il suo mestiere rischia molto. Rischia la solitudine, innanzitutto. C'è gente che sta in redazione anche dodici ore al giorno, con pochissime pause e due o tre riunioni. Per una donna, ma anche per un uomo, è molto difficile conciliare un tale impegno lavorativo con la famiglia. Chi sposerebbe qualcuno che torna a casa solo per dormire per almeno quattro giorni a settimana? Ci sono molti giornalisti single. Questo è un dato di fatto. È una vita da lupo solitario, quella dello scribacchino.

D'altra parte però si scrive meglio quando la propria vita personale va a rotoli. È una delle regole non scritte dell'arte. Dolore = Qualità. E chi osa dire che il giornalismo non è arte lo butto fuori dalla finestra (sono al decimo piano, non vi conviene). Il giornalismo è arte, ma anche industria. Serve un certo senso pratico per fare questo mestiere. In effetti ci sono più artigiani che artisti in questo mondo. E allora ecco, che per il giornalismo metti su anche un po' di pelo sullo stomaco. Serve un certo cinismo e una certa faccia tosta, per andare a intervistare chi ha appena perso un parente, o la vittima di un disastro naturale. Ma serve anche coraggio, per andare nelle zone di guerra e poi magari morire, come la Alpi. O per metterti contro i potenti pubblicando una notizia scomoda. Serve intuito, senso investigativo, per portare alla luce scandali e segreti. Serve anche molta fortuna e saper legare con le fonti.

Quello che la gente non capisce è che il mestiere di giornalista è totalizzante. È una vocazione, ti deve venire da dentro. Non puoi fare certe cose se non sei nato per farle. Giornalisti si nasce, non ci si diventa. E poi, una volta che ti sei fatto un nome, che tutti quelli che ti conoscono dicono "è un giornalista", devi staccare la spina e prendere le distanze. Guardare il mondo in cui vivi da fuori e bilanciarne i pro e i contro. Fare i conti con la tua coscienza e vedere cosa questo "rischio calcolato" ti ha portato via. Scoprire che forse, in certi casi, non ne è valsa la pena. Piangere, smembrarsi. Poi rialzarsi, ricostruire poco a poco. E cambiare le regole.

Bisogna ammirare un giornalista vero, per tutto quello a cui rinuncia. Ma è proprio un giornalista vero, questa bestia rara che sembra non esistere più in Italia, che può riportare questo mestiere alle origini, quando ancora un'ideale di informazione esisteva. No, di giornalisti veri ne servono tanti. Che Dio ce la mandi buona.

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