Il senso degli altri

Io penso troppo agli altri, me lo sento dire sempre. A volte mi sento dire il contrario, soprattutto dai miei genitori, e non capisco più bene quale sia la verità. E ho sempre la netta sensazione che la gente si diverta a confonderti, inscatolarti in una descrizione a cui tu devi cercare di somigliare quanto più ti riesce perché se no “sei cambiato, non ti riconosco più”.
E mi sono sentita dire che dovevo pensare di più a me stessa per smettere di essere quello che gli altri volevano che io fossi. Ma se fosse proprio questo quello che sono?  Se io fossi nata senza personalità, o almeno prima di quei limiti che gli altri chiamano personalità? Se a me piacesse, essere una persona diversa ogni giorno, a seconda delle persone con cui parlo? A questo non ha mai pensato nessuno.
In fondo mi sta prendendo la convinzione che questa tanto acclamata e desiderata personalità di cui tutti parlano non sia altro che una serie di confini da non prevaricare, onde evitare la perdita della propria identità. Come se quello che siamo, pensiamo, facciamo, dipenda tutto da una specie di convenzione inventata dalla società e che permetta a ognuno di trovare il suo posto, senza allontanarsene, pena l’alienazione e l’annullamento del “sé”. Come se per essere qualcuno ci sia per forza bisogno di avere dei tratti definitivi e caratteristici. Abbiamo bisogno di punti fermi per non perderci, e inscatolare le persone sembra essere il metodo più efficace, o forse solo quello più pigro. Ci evita di sviluppare quel “senso degli altri” che è una specie di curiosità, voglia di conoscere e sperimentare nuovi lati delle persone che ci circondano.

Le persone non si possono categorizzare. Non si può semplicemente dire: “io sono così, così e cosà”. Non esiste una definizione che riesca a ridurre quello che abbiamo dentro in un’unica frase. Ma nemmeno in un libro, anche volendoci provare. Nemmeno in un blog, come cerco di fare io.

Io sono io. Sono questa persona complessa e strana che si comporta in modi diversi in situazioni diverse. Non sono nulla forse, ma mi sento un universo. E domani ne sarò un altro, di universo. O forse lo stesso, non lo so.

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1 commento

  1. Antonio D'Onofrio ha detto:

    Cosa ti devo dire. E' facile che la gente non ci conosca mai totalmente. E' così, lo è sempre stato. Noi stessi non ci conosciamo mai al massimo e, in situazioni impensabili, facciamo cose ancora più inenarrabili! Auro, abbiamo maschere e direi che Pirandello aveva proprio ragione nella sua teoria su di esse. Come dice un pezzo di canzone: le stesse voci giudicanti fanno male. Aurora sa sognare e nei suoi sogni sa trovare un'esclusiva felicità (ok, non è proprio così e la canzone non è felice e gioiosa a conti fatti, ma questo pezzo preso da solo è citabile u___ù) Una cosa che ho imparato di te è che nel tuo profondo sai catturare e trascinare. Hai idee ma alle volte è più la paura degli altri a tapparti ciò. Impara da chi ha sbagliato ed ascolta i consigli del peccatore, perché è lui che sa cosa accade dopo, non il giusto ed il buono, che nella sua immaginazione ci sono troppe vie percorribili. Auro, sono poche le persone che ci conoscono e molte ci vedono solo in determinati ambienti e non al 100%, quindi non sanno esattamente le nostre sfaccettature. Se ti dicono cose contrastanti, gioisci! Quella è la dimostrazione che sei adattabile a multisfaccettature. Se sei sempre uguale poi, sai che noia! Nella vita il forte è chi sa adattarsi e prendere l'occasione al momento giusto. No chi rimane in ombra o chi spintona.

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